Archivio del gennaio 2009
Marcelo
29 gen
La gente accorsa formava un muro spesso che gli impediva di vedere cosa fosse successo. Provò a chiedere a qualcuno ma trovò solo sguardi allucinati, fissi sullo stesso punto. Sembrava che tutti avessero perduto la facoltà di parlare. La curiosità lo indusse a spingere e a forza di gomitate si fece largo tra la folla e anche Marcelo vide.
Era nero, grande. Il suo raggio quanto un campo di raccolta e dentro il buio, così profondo che neanche il sole delle dodici riusciva a schiarire. Era un cerchio perfetto, un buco tanto preciso, in mezzo allo sterrato della piazza, da sembrar essere stato progettato dagli antichi Uxmal.
Arqueles si portò il piccolo davanti tra le mani che stringevano la punta delle spalle.
“questa volta quei cani di americani l’hanno fatta grossa Marcelo …. profonda anche. E dire che il nuovo presidente doveva essere dalla parte di noi miserabili. Non c’è cosa peggiore di avere un coyote tra i cani che devono badare alle tue vacche.”
Marcelo non distolse lo sguardo dal centro di quella voragine e replicò:
“lo dissi a nonna Luz che il presidente era un mochonos con le patate scurito al forno per le elezioni”
“sei troppo piccolo per pensare a queste cose, dovresti prepararti per questa sera. La festa è per voi bambini… vai su, corri da nonna”
Lo spinse verso casa con un cazzotto sulla testa mentre con un braccio teneva aperta la breccia tra quella folla silenziosa.
Una festa per i bimbi, per i bambini che attorno a quel fosso erano 4 e tutti ormai sazi di menzogne e latte.
Il vento caldo e solito di quell’ora spazzò la polvere proprio sopra al buco e da lì scomparve. Spazzò così la folla tutta attorno. Col viso a contarsi i passi, la gente sparì nella frescura delle case colorate. Al centro della piazza quell’immenso baratro nero e senza fondo.
Era il 10 maggio, il Dia della Madre e il villaggio, uno dei tanti villaggi discarica della zona si ritròvò con un grosso buco nel cuore dei festeggiamenti.
Boca Grande era un piccolo centro, un catino colorato di case di terra cotta al sole ai margini della grande Guadalupe Victoria la lunga dorsale d’asfalto e di speranza sotto alla frontiera. Il paese stava in un budello torto del Rio Grande. A ben guardarlo sulle vecchie mappe affisse nella Texaco station, era come un’ulcera nel ventre caldo del grande fiume. Sembrava che anche lui cercasse di rigettare come un cancro quel piccolo cumulo di case diroccate. Ora quel buco era lì. L’ulcera aveva perforato la terra e avrebbe risucchiato dentro la gente di Grande Boca con i loro stracci e l’immondizia degli States.
Marcelo si sbattè i pantaloni bianchi dalla polvere e si diresse alla sua baracca. Nonna Luz lo aspettava al fresco della veranda con una cola fredda e tre fette di lime. Salì appena i blocchi di cemento sotto alle tavole che la vecchia tirò la testa dentro la linea della frescura come una tartaruga d’acqua.
La mano le tremava sull’enorme ruota della sedia.
“perchè erano tutti lì Marcelo? non dirmi che don Alejandro ha riscosso anche oggi? non è ancora luna buona per lui e i suoi bastardi.”
“no nonna, non è colpa del cerdo questa volta. Si è aperto un grande buco in piazza. Vedi quella macchia nera? dentro non c’è fondo. E‘ tutto nero e non c’è un fondo.”
la punta del mento della vecchia ricomparve alla luce del sole e da lì il piccolo ascoltò:
“ragazzino stupido senza denti, le sciagure accadono sempre per un motivo e c’è sempre un fondo alle cose, alle cose come alle persone. Sarà l’acqua del fiume che ha aperto la terra. Ci levasse tutti via almeno. Lavasse la terra da noi poveri vermi”
Non aveva forze a sufficenza per urlare ma per calcare quelle parole aveva steso il collo e puntato un dito torciuto su quella piccola testolina rasata a ratto.
“nonna, il fiume ci sposterebbe solo a valle e tu come una pianta infestante riprederesti a vivere anche a San Juan Chamula o nella discarica di Matatlan.”
Si prese la cola dal tavolo sotto la veranda, si sedette sui blocchi sotto al sole. Succhiò due fette di lime. La terza marcia se la buttò dietro le spalle. Bevve senza respirare.
Boca Grande pareva un anfiteatro fatto di lamiere, un enorme cesso di ceramica dal collo in su. Tre vie principali guarnivano questo cesto di fame e disgrazia e tra una via e l’altra un rione. Più si era disperati e più in basso si possedeva baracca. Quelli che gestivano braccianti o puttane potevano abitare grandi caseggiati impagliati e bianchi sul bordo di quel catino senza sciaqquone. All’aria fresca e profumta di cielo.
Nonna Luz possedeva solo la sua sedia a rotelle, una veranda e una stanza al primo girone. Ah… possedeva anche Marcelo che era un tesoro per quei tempi.
I bimbi lo erano in quello scolo.
Erano piccoli tanto da potersi infilare tra le montange di rifiuti a scovare filoni di rame che valevano oro. Riuscivano a calarsi nei pozzi d’ispezione e se avavano tanta aria nei polmoni potevano risalire con litri d’olio o morti e appiccicosi come grumi di catarro. E poi mangiavano poco. Le tenie infestavano tanto le loro pancie che avevano una sazietà cronica per tanta carne brulicante sotto al petto. Era come se ogni famiglia possedesse un piccolo trattore diesel che consumava poco.
O che andasse a spinta.
Marcelo era uno di quelli che andavano a spinta e non aveva alcuna intenzione di morire in quel posto. Mamma Josefa lo aspettava oltre la frontiera e un giorno l’avrebbe rivista, bella con il suo completino bianco lavanda a servire con lei pepsi ghiacciate agli yenkies del motel Tocos de Dios.
Ma intanto che quella fottuta gramigna rimaneva in vita non poteva fare altro che salire sul furgone di Arqueles e spalare rottami nella vicina Matatlan.
Provò vari modi per seccare la vecchia. Una sera provò con una foglia d’agave incollata su una tavola e posata per caso sul fondo della sedia.
Ma la vecchia superò la notte. La foglia da allora le si era incastrata tra quelle flatulenti chiappe raggrinzite tanto a fondo da averla fatta propria. Come un’unghia incarnita vicino al buco del culo. Come uno sperone con cui poter cavare buche prima di cagare. A Boca Grande neanche nelle baracche sul bordo del catino c’erano cessi dietro le verande.
Un mattino Marcelo si svegliò per preparare del latte di capra. Aveva tenuto da parte il distillato di batteria del camion. Lo aveva provato sull’unghia del pollice e l’aveva sbollita e tirata su come una zinna col ghiaccio. Avrebbe divorato l’erbaccia da dentro. Così credeva. Quella mattina la vecchia bevve il latte e Marcelo la guardò stupito come una mamma che guarda la voracità di un bimbo famelico. Contò fino a tre e poi mischiò gli altri numeri ma sentì solo un rumore cupo di pentolame e ferraglia dentro quel corpo. Un sorriso gentile e affezionato di lei e poi un enorme rutto che sembrava le avesse strappato i tiranti di tutti gli sfiteri. Non la vide sflosciarsi sulla sedia, non avvenne che le interiora sciolte ricoprissero le sue anche e le scarpe. Passò la giornata anche quella volta e tutte le altre fino a quel giorno di festa.
Sopra l’orizzonte bruno della cola che gli scivolava in gola, sotto allo scoppiettio friccicante delle ultime bolle sul fondo del bicchiere pareva di aver visto duemila occhi accesi di mille altra gente dentro alle ombrose frasche di ogni baracca. Tutti occhietti puntati e vispi, come in un teatrino, al centro di quella piazza, in quel punto in cui il buco risucchiò rapidamente le pertiche delle bandierine e i banconi colorati a festa. La piazza si gonfiò come lo sfintere di una gallina e da lì a pochi istanti sbuffò fuori un liquame denso e acre e, in alto, metri e metri di fumo caldo e marcio. Si schiarì l’esalazione come uno scatarro dal profondo e al centro della piazza un gigantesco uovo candito degli umori mucosi della madre terra. Sopra l’enorme uovo, a due metri dal suolo, si leggeva chiaramente “la lucha sigue Zapata vive”
“svegliati piccolo farabutto, svegliati. Hai del lavoro da fare stupido paio di polmoni rinsecchiti. Smetti di tossire aria fritta e vai a preparare il banco della festa”
Marcelo si spugnò gli occhi con le mani e, rintronato come se avesse preso botte in testa, riprese coscienza tra le macchie di penne rossastre di una malconcia gallina che gli beccava davanti.
Quell’inferno poteva essere scambiato, com molta fantasia, per un’assolata e biancha spiaggia della bassa california. Kilometri di terra dorata e leccata dall’oceano su cui milioni di piccoli uccelli marini beccavano grani di cedro tra le conchiglie danzanti.
Senza tutta quella fantasia, invece, le vie di Boca e la sua porcheria erano il banchetto di centinaia di galline pelate dal gozzo infiammato e con le zampe torte da enormi cristalli di gotta.
Era lecito che i sogni di quella gente fossero infestati da enormi uova bianchissime colme di sapori.
Quel pomeriggio Marcelo fece presto a imbastire il banco per la serata. Aveva raccolto tutta la sua collezione blu di cazzate dell’Unicef. Una sciarpa di lana, molto utile in quell’angolo di forno, 7 stemmini adesivi dagli angoli curvi e anneriti che potevano ben figurare dietro il cassone del camion che lo portava in discarica. Aveva anche due prendinota calamitati a forma di mondo con le frasche, adorabili sopra il frigo senza gas nel bar di Isabela o di traverso tra le sue tette. Aveva conservato, infine, tutti i certificati di rimpatrio di molti bambini del paese e li aveva appesi a mò di bandierine lungo un filo tra un angolo e l’altro del negozietto a portar via. A monito che qualcosa forse non funzionava tra il consolato messicano e quello statunitense, i certificati c’erano ma i suoi amichetti tardavano a tornare.
In quella sera molte delle famiglie di Boca si preparavano a vendere i pochi avanzi della loro povertà. Tutti si affrettavano a montare piccoli bazar fatiscenti sotto alle poche lampade che schiarivano la piazza. Marcelo aveva battuto tutti sul tempo piazzandosi con le spalle all’enorme voragine e sotto al faro che illuminava il palo dei voladores. Presto si sarebbe goduto lo spettacolo degli uomini volanti sperando che uno dei cinque, prima della fine del 13esimo volteggio, sbirciasse dentro al fondo di quell’enorme buco nella piazza.
Ormai era l’ora che il sole calasse dietro alle ultime case sopra il ciglio del catino. La torretta dei Gonzales era l’ultima cosa a cui la luce si aggrappava per non scivolare in un’altra nottata. A quell’ora le galline erano sparite, il vento nascosto sotto ai legni delle baracche come un gatto con gli occhi tra le zampe. Intensi odori di stufato di dignitose donne. Un cielo in fiamme dietro alle poche nuvole schiacciate sulla linea del tramonto.
Due serie di tre petardi ruppero il silenzio prima della battuta d’asta. In palio pietanze locali, bevande colorate e atre frattaglie.
Tre giri di do di una guitarra de golpe, un la di accordo ai violini e la vihuela di Felipe diede inizio al Dia della Madre. Fernando, Gilberto, Horacio e Nieves, i mariachi di Boca Grande, iniziarono il repertorio con Cielito Lindo, Jalisco e El Rey.
Questi occupavano in piccolo palco davanti alla scuola in rovina. Avevano pantaloni neri, cinte in pelle con borchie da gringo, bluse bianche e larghe con ampi foulard rossi sotto a grassi colli. Pizzetti, baffi, barbe scompagnate e piccoli denti scheggiati o dorati che davano il ritmo al canto come in una festa antica.
C’era il carretto di Marielina, un piccolo due ruote color canarino. “papas a la fransessa” scritto in rosso sopra il tettino in stoffa di striscie bianche e blu. Un secchiello vicino e, sopra, enormi caviglie farcite di capillari tesi e quasi al collasso. Queste si tendevano appena fino a una leggera veste bianca e sporca di crema al semolino, dentro un enorme sporta di carne e grasso cagliato. Forse due chiappe sopra una sedia, forse solo una vecchia seduta e appisolata tra i fumi delle frittelle.
“Minha Galera” in sottofondo e più in là la signora Leticia sbucava appena dalla porta di casa. Pareti blu a peli spessi di pennellate alla buona, grandi croste di intonaco e due chiodi ficcati sopra un grosso grappolo di cipolle dorate e coperte di terra. Pochi pesos per una bustina di canna, pochi altri per un ananas secco e beccato dai corvi. La sua speranza non era per la vendita di mezzi cocchi crepati come ciotole d’argilla ma per l’eventuale rimpatrio del suo piccolo Palomo.
“marcelo nessuna notizia dal consolato? nessuna nuova carta? ho sentito che il DIF non ha più crediti e che hanno rilasiato i polleros di Santiaco”
“si signora, è successo l’altro ieri. Io ho solo i certificati fino a gennaio. Appena ho altre notizie le saprete anche voi”
I mariachi rallegrarono l’aria con “buona vista hotel” e la signora Leticia si interruppe, prima che le brinassero gli occhi, iniziando a ancheggiare tra i cipollotti e gli avocadi.
La gente di Boca era tuttà in piazza ormai. Le case spente, attorno, facevano da tramezzi scuri come una fitta foresta di lamiere e tegole d’amianto tutte intorno. La folla scivolava lungo la via sotto a centianai di lucette colorate e bandierine senza vento rapite dall’alito quieto della voragine. Quell’enorme buco che aveva costretto i festeggiamenti in un angolo della piazza.
C’era anche Don Leandro che si faceva spazio coi suoi affiliati che, puntando i fucili alle anche della gente, apriva varchi per caminnarci dentro.
Si avvicinò al banco di Marcelo con l’abito candido dei Veracruz, pantaloni larghi e camicia a coprire un grosso ombellico sboccato. Un cappello ampio sopra un viso nero all’ombra delle luminarie, due cespugli grigi e arruffati, pensili sopra gli occhi gonfi, sporgenti e sudati.
Una fogna per bocca e dentro, topi con zampette rosate che agitavano labbra sottili, tanti topi, uno per ogni parola.
“è tutto sistemato Marcelino, ho con me quello che ti serve”
“shhhh non urlate Don Leandro, qualcuno potrebbe fraintendere”
replicò il piccoletto salendo con le punte proprio sotto le grandi orecchie del vecchio.
Si portò una manina a lato della bocca, con fare da grande e aggiunse:
“non ho più bisogno del ferro signore, mi è passata la rabbia”
“bene sono contento per te, ma ricordati che una giornata di pioggia non salverà il raccolto in un intero anno di aria secca”
“lo so, lo so don Leandro ma questa volta la suerte mi ha portato l’acqua dal fondo della terra”
Do Leandro, naturalmente, non capì ma accennando un lieve sorriso, con piccole zampette rosate che tiravano ai lati, si allontanò.
Nell’aria si sentiva un profumo di pollo tapado. Marcelo riconobbe le fette di ananas e le pere caramellate in zucchero di canna. La fragranza del pollo, in realtà le solite galline, gli mise una certa fame. Si sentì le viscere ribbolire, le tenie sguazzavano in decilitri di cola al lime e si avvianghiavano strette strette per far spazio, forse, a quel che a breve Marcelo avrebbe ingurgitato. Si avvicinò a nonna Luz e la vide sferragliare sui cocci consumati di un vecchio rosario. Sembrava stesse tessendo kilometri di stoffa colorata e invece pregava mugugnando.
Si accostò alle sue spalle e ruppe la sacralità di quel brusio mariano.
“nonna è tardi ormai, se vuoi ti porto a dormire? a quest’ora nessuno comprerà la nostra roba e nessuno verrà a chiederci notizie del consolato”
“si marcelo portami via da questa confusione e poi che festa è mai questa? la festa della madri, qui a Boca dove si è madri di figli persi o ammazzati come cani”
“nonna è tardi!”
“si si ho capito piccolo stupido, spingimi fino a casa e non fiatare”
Marcelo sulle note di “tristeza maleza” incominciò a spingere la sedia e la nonna per la via di casa.
Per metà quella sedia, la parte in cui era incastrata la vecchia, era spoglia e di povero metallo nero. L’altra metà, subito dietro, quella di Marcelo per intenderci, sembrava un carrettino spaziale. Adesivi della Nasa, una lunga antenna senza una radio sotto, due bandierine, una del Texas e una della pompa di bezina. Minuscoli sonagli sull’asse di ferro tra i manubri avvolti in un nastro sudato. Un piccolo manometro dal vetro crepato fingeva i km orari… una trombetta e altri gingilli colorati. Uniche cose da bimbo appese al culo di una vecchia.
Si allontanarono dalla musica assordante e dalla luce.
Man mano le note delle chitarre lasciavano il posto al tintinnio dei sonagli e i colori delle luminarie alla fievole luce di un cielo stellato.
Forse parlarono quando il silenzio poteva tenerli stretti. Forse non si dissero nulla neanche quella sera.
Marcelo, giunto ai blocchi di cemento, puntò la gamba destra sullo sterrato e si tirò sull’anca la sedia, fin sopra le assi di legno della veranda. Ci arrivò trafelato e in silenzio. Chiuse la sedia come una sdraio e la poggiò di fianco alla porta di lamiera.
Entrò dentro con la paura che non si sarebbe addormentato quella notte.
la fuga
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Lasciò cadere il cappotto e senza guardarlo in faccia biascicò qualcosa, pergiunta sottovoce
“ cosa hai fregnato?” disse LD
“ sputa qualche gruzzolo di merda che hai tra i denti e le parole e fà sentire anche me” urlò LD con la riserva di coraggio di quel mese.
“ devi andar via, ho deciso, abbiamo deciso! ” riuscì a gridare Maxim senza guardarlo negli occhi per non pentirsi anche questa volta.
“ si! devi lasciare questa casa cazzooo ” urlò la piccola e panciuta pin-up tenendo l’urlo premuto su quella ultima “o”, come se avesse due o tre fiati o una cospicua esperienza a trattenerlo a lungo in gola.
Ld posò la mano armata di sigaretta leccata sul rossetto lavanda della piccola sgualdrina di lettere elettriche, stese il collo quanto potè quella sera e senza disincastrare la gonfia e lurida canotta dal bordo del tavolo accennò una distrofica scenata.
Volò di tutto, sputacchi, bestemmie, pelle vecchia dai baffi persino pezzi di cena della sera prima … e ancora bestemmie.
Era come se avesse fatto il giro del sacrato, attraversato le navate, di corsa sotto ai baldacchi, un lieve inchino al patrono e poi giù inveendo contro tutti i santi che ricordava la chiesa, in fondo alla via, contenesse.
Maxim tremava, il viso e con esso il collo e le spalle, illuminata dal lampadario basso sopra il tavolo da pranzo in una nuvola di gocce, scaglie e insulti. Ma non cedette questa volta.
“ devi andar via e con te porta tutte le tue cose ” disse Maxim con una forza nuova o come chi è alla fine di una vita.
Ci fu un attimo di silenzio in casa, come se tutti e tre aspettassero un qualcosa che cambiasse le loro esistenze.
Ld si alzò e con lui anche la sedia attacata per la spalliera a una tasca dei pantaloni. Poi cadde a terra e questo rese fortuitamente il gesto più plateale.
Ma le due non sembrarono turbate ricordando che per attacchi di colite morbida Ld era capace di gesti atletici maggiori.
“portati via le tue cose!” disse ancora Maxim facendosi scudo con la corpulenta figlia.
E poi si interruppe.
Quell’attimo di silenzio era come se avesse caricato l’aria e fatto spazio in una lite in cui ora spettava a Ld la mossa migliore.
Non si preoccupò della sedia e anzi con stizza la scaraventò col piede fino alla base del forno. Si mosse come un rapper coi calzoni calati verso le due donne che si aprirono ai lati come gli invitati a una cerimonia… la cerimonia di LD a cui toccava il sermone.
Lui, con il collo incassato tra le spalle e la testa che contava i lastroni di cotto per terra, si diresse al piano di sopra contando 4 quadrati e una listella di marmo rosa.
Salendo prese respiro per l’inerpicata e per il resto dei farfugli e scazzi che avrebbe detto ad alta voce.
“ vi pentirete di non avermi tra i piedi stronze” urlò sulla prima rampa.
“ e quando non ci sarò e non saprete a chi additare colpe capirete cosa fare delle vostre fottute dita” disse alzando il medio per poi portarselo sotto al cavallo con un giro tondo e largo quanto il suo culo.
Sulla seconda rampa Ld avrebbe iniziato il carico e così fece mettendosi sotto braccio una vecchia coppa del circolo nautico, una sorta di stele nera lucida che il caso volle fosse anche del 2001. Ma erano mesi che programmava una simile fuga e quell’oggetto sarebbe servito.
Prese una vecchia valigia rigida da sopra l’armadio del corridoio e andò subito in bagno. In quella casa non aveva mai avuto un guardaroba e i suoi indumenti facevano una breve spola dal buco della lavratrice a molle fino a sopra il cesto di vimini dei panni sporchi. Solo quella sera, dopo otto anni lì dentro, si rese conto del perchè i suoi indumenti puzzassero sempre, comunque, anche se lindi.
Capì che da quel cesto intestato, su cui c’erano le sue iniziali, salivano gli effluvi maleodoranti di intere giornate sprecate fin sopra al mucchio di panni puliti e mai piegati. Poteva capire di non esser mai stato inserito nel quadretto familiare dal fatto che la loro cesta blu mare con fiori e pescetti in decoupage era a debita distanza dalla sua.
Mise la valigia sopra la tazza del cesso e senza pensare, lo aveva fatto tante altre vote ormai, divise quello spazio in due con la stele dal gambo dorato. Nel lato destro infilò con forza le cose pulite. Prese una busta di plastica dall’armadietto, la stese sopra come un lenzuolo da coroner e mise sul secondo strato i panni sporchi presi dentro la cesta. Era quasi orgoglioso di una simile attenzione per i suoi stracci. Poi si diresse verso lo scrigno marino certo di non trovarci cefali ma vestitini usati. Inizio a ridacchiare di gusto. Infilò la mano piegando il viso di lato e verso l’alto come si fa quando si raccolgono lumache in mare, per non affogare e, tastando, raccolse il pizzo e i merletti ben sapendo che era tutta roba della sua adorata figliastra. Nella breve parabola che quelle mutandine facevano dalla cesta alla valigia, odorava l’aria come un setter pregustando le sue intimità lontano da quella stronzetta che sarebbe andata in giro, per giorni, a carne e jeans.
Aveva riempito ormai ogni angolo, premuto con l’osso delle nocche per fare altro spazio e prese il dentifricio strozzato e storto, il suo spazzolino, quello di Maxim lo passò sotto le ascelle e lo ripose, quello di Rae fece la via più bassa sotto alla patta e lo rimise dov’era facendo attenzione al verso. Poi prese il lucido per le scarpe e il colorante spray per la pelata, toccò, quindi, alle lamette. Chiuse la valigia salendoci sopra col ginocchio, pensado che quella potesse esser la faccia della mogliastra e disegnò un rettangolo, sopra al cesso, con la zip tra le dita. Se la sbattè sulle gambe e uscì fuori. Attraversò il corridoio raccatando dalla libreria il libro “1000 modi x pulire mitili”, la prima rampa di scale a scendere e raccolse, da una mensola, una bolla di vetro con dentro una nave e la neve. La seconda rampa e giù al piano delle vedove, dentro all’ingresso che gli era sembrato l’ultima camera di metallo prima del boccaporto.
Le due lo scorsero col nervo degli occhi trafelato e appeso a quel bagaglio e continuando il poker rimarcarono la loro totale indifferenza chiamandosi il palo. Lui parve come in un quadretto, un piccolo omino e la sua vita in valigia, incorniciato dallo stipite della porta della cucina, la luce del piano di sopra che colorava d’ocra l’ingresso e in fondo, nel profondo, il salotto con due sofà stanchi.
All’accuso di picche, Ld
“ vi porterò con me e finirete la vostra lurida vita prima della prossima mano!”
non sapeva il vero signifcato di quelle parole ma stavano bene in quel contesto, in quell’angolo davanti all’uscita.
Ld si chiuse la porta alle spalle.
Sulla veranda due sedie e un tavolino di tavole. Spinse a terra con le dita due piccoli cactus interrati in terrine di cene cinesi, strappò con forza lo scaccia spiriti appeso. Si infilò in tasca una scatola di cerini e nel’altra una chiave da 12. Scese i tre scalini e toccò terra finalmente. Poggiò la valigia e la trascinò sopra il vialetto di gladioli di Maxim. Nella tasca di dietro infilò il finto osso di Bobby quando, piegandosi, vide la canna dell’acqua. L’alzò e con essa il fogliame di un vecchio pioppo, si fermò, la tirò con forza fino a tenderla all’altro capo. La tenne in mano, soppesandola e fu allora che capì il senso di quelle sue ultime parole. Si passò la canna sulla spalla destra si girò e scese per il vialetto. Quel tubo di plastica si svolse vicino alla fontana murata alla casa. Era quasi finito il vialetto e si era svolta per tre giri.
LD allo strappo sembrò barcollare indietro quando dal lato opposto della tubo un lieve scossone alle fodamenta e le pareti di legno, tutte, se ne vennero apresso a lui come il tendone di un circo, come un grande telo con sopra la stamapa a caldo di una casa con due stronze dentro. Prese per la Glenwood Dr, verso il molo, tra gli alberi e la luce dei lampioni, con la valigia sulle gambe e un grosso sacco al guinzaglio di una canna d’acqua.
sul terrazzo
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ciò che, forse, riusciva a scorgere oltre il cornicione, oltre quel muro del terrazzo, erano solo i vapori che salivano per sifoni lucenti e intrecciati a budella da sopra il tetto dell’ospedale. Dietro essi, forse, avrebbe dato retta a qualche collina e casa, a qualche nuvola e poi al cielo di Roma. Immobile come il suo braccio. Immobile come tutto il resto del corpo sul quel terrazzo del lavatoio, steso a un angolo con le spalle incassate tra la grondaia del tetto e il tubo di piombo degli scarichi. Da dietro il grosso oblò di plastica, sulla sala dei condomini, sembrava quasi un angelo con quelle ali in treccie metallche che salivano in alto. Un braccio inerme e fasciato, la pancia della mano in alto e le dita piegate come una supplica, come un mendicante di speranze ormai morte tre le pieghe degli occhi. Occhi fissi su una vasca blu tra le gambe. Fasciata in pantaloni di fustagna maceri e sporchi. Una tinozza di plastica riempita fino al margine alto di terra concimata a basilico, terra smossa mesi addietro con al centro un piccolo troncone secco senza vita.
Aveva il capo pesante, di lato, stondato da recenti fasciature, macchiato di mercurio rosso come la testa di un’enorme radicchio guasto.
Avevano affittato per lui un piccolo monolocale all’ultimo piano di quel palazzo, proprio davanti al San Camillo, proprio davanti a quegli sbuffi bianchi dei suoi tetti. Sarebbe servito averlo vicino per qualche firma o per portarlo di peso in sala o, peggio, per…
Ma lui quella stanza la occupava solo di notte, solo quando un intero giorno di sole o pioggia se lo consumava, immobile, con la vasca tra le gambe, sopra quel terrazzo. Col naso in sù come un contandino che fiutava il temporale lontano. Forse aspettando le ultime esalazioni di Lautan tra i vapori sopra i tetti.
“ ingegnè come va oggi? me parete un tantino meglio?”
era Clelia, bionda fino a qualche mese prima, secca in vita e larga altrove. Sempre stretta in un grembiulino da commessa delle carni, azzurro a strisce bianche che andavano e venivano per dove quel suo corpo si riempiva di forme tonde. Una quarta abbondate, certamente , di un seno bello e intonzo su cui mai uomo posò mano. Forse.
Aveva i capelli neri in una linea larga al centro della testa, neri come i rattoppi di catrame tutt’attorno. Dalle radici corvino si dimenavano pezzumi di biondi cordoni ingrassati fin poco sopra le spalle. Il viso inutile a tratti, labbra talmente secche che pareva tagliassero le parole e due occhi bui, incassati dentro al viso come le buche agli angoli di un biliardo. Il filotto lo facevi unendo i nei sulla linea del naso e tra la fronte.
“ngegnè vò portato na cotoletta e na mela” disse sistemandogli il collo del maglione, tirandolo in basso fin quasi allo sterno per favorirne la prima abbronzatura.
“ve state a fà bello pè st’estate, come un tizzone cò gli occhi blu”
aggiunse come se anche in quella triste circostanza potesse provare a cercar marito.
Lui girò il capo solo per prendere il piatto che poggiò tra il bordo blu della vasca e l’interno coscia.
Clelia veniva a trovarlo non come la sua affittacamere, ma per quella carità cristiana che su quel seno mai ciucciato, tra l’areola sinistra e il crocifisso, si incarnava, con attorno pelle macera, come una gemma d’ambra di spine e dedizione.
Clelia era anche addetta a dare notizie a Fausto Linate, il primario di ostetricia del vicino ospedale. Era lui, il vechio amico dell’ingegnere, il compagno di classe al liceo, l’astuto capo istituto che gli sfilava le ragazze maturate, dopo i 16, nelle classi inferiori.
Fausto non aveva mai avuto assensi scritti dall’amico ma tramite il direttore del nosocomio, in combutta con lui in strane vittorie di appalti per il nuovo lato ovest, era riuscito ad allungare di tre settimane quel filo tenue di speranza, piatto come l’elettroencealogramma delle due poveracce.
Fausto conosceva molto bene la moglie e la piccola Elisa. Conosceva molto bene lei nel profondo, conosceva i suoi odori intimi, le sue parole romantiche, i suoi vezzi, i suoi vizi e quelle poche virtù che si spartiva col marito. Elisa lo chiamava zio e lui ne era orgoglioso. Lui con alle spalle mezza vita passata a scoparsi hostess ai congressi, a rifiutare le amiche di famiglia e le giovani avanguardie mediche.
Clelia, stamattina, aveva chiamato il dottore dicendo che l’ingegnere si era mosso un pò. Aveva segnato una parte di terra vicino al lato della vasca dove posava, senza vita, il braccio. Aveva scritto qualcosa, in quel piccolo lembo di terra concimata sul terrazzo dei lavatoi, sopra il tetto del civico 24, all’incrocio con l’ospedale, nel quartiere nord di una roma che sbolliva un altro giorno di traffico e malelingue sui volanti.
“dottò correte, ha sbiascicato quarche parola ma non ho capito n’cazzo e ha scritto nella vasca” disse Clelia al cellulare.
“s’è messo a fà i disegnini in sta cazzo de vasca tra e gambe, dottò, correte prima che cancella tutto” urlò con il fiato che aveva in gola mentre con la mano sul fianco scrutava dall’alto il piano del raparto di terapia intensiva e l’odore del bucato fresco non le ammorbidiva affatto i pensieri tristi.
Fausto si fece le otto rampe in un boccone, imboccava i gradini due a due, li divorava con l’ansia che gli era da umettante nella bocca e che faceva di quella giornata, che poteva essere un dramma, l’ultimo pasto dolente sotto ai denti. Salì le scale degli appartamenti e si fermò come per prender fiato. Ma si fermò solo per immaginare come, l’amico, avrebbe potuto srivere sulla terra quelle parole che si aspettava da settimane. Sarebbero state leggibili tanto da liberare la sua coscienza o sarebbero state oggetto di interpretazione da parte sua e di Clelia? si sarebbero messi a sindacare su ciò che quelle lettere o parole significassero, attorno a quel piantone secco nella terra?. E se lui si fosse semplicemente alzato da quell’angolo e avesse parlato? mise il piede su un gradino come per salire ma in realtà sapeva quanto l’amico fosse testardo e duro nelle sue volontà di nascondersi sotto al mondo. Come quando lo trovava steso a terra nello stanzino del bidello a farsi l’erba. Sapeva quanto lui fosse capace a esacerbare quei suoi torpori che lo avevano allotanato dalla moglie.
Gli venne in mente una sera in cui, per un discorso finito male durante una cena, tracannanò due litri di chianti solo per risollevare la sua situazione di padre e marito, tra i piselli novelli e il polpettone, per poi sfinire con l’acido ai lati della barba sopra il tavolo.
Salì il resto delle scale con lo sgomento di chi avrebbe dovuto decidere per suo conto, con la tristezza insana e profonda di chi avrebbe spento le luci nella sala da pranzo vuota. Sarebbe poi passato nella cameretta di Elisa per l’ultimo saluto al cuscino rosa col ricordo ancora del peso della sua riccioluta testolina. Avrebbe lasciato i suoi cari ricordi sull’uscio di quella casa sgombra. Chiudendo una storia finita male con uno schianto sul raccordo che si è inghiottito tutto lasciando al fondo un cuore, un cuore malato e cattivo.
Aprì la porta in legno del ballatoio e poi quella in metallo sopra il tetto, scostò dal viso e dai capelli di nylon le tende a costine di celofan trasparente e lo vide a terra, in quel suo angolo, tra due piatti di plastica e quella vasca. Faceva rabbia per come si era ridotto, come un cane raccolto per strada, con quel pò di acqua sporca dentro a un bicchiere di vetro a palle colorate e quei mozziconi sbilenchi di fettina panata e le bucce di mela. Si avvcinò accucciandosi con premura, spostando Clelia con forza e ringraziandola per il pasto.
“puoi andare Clelia, ci penso io a lui” disse balbettando
“dottò tiramolo su almeno” rispose Clelia con la sua solita premura
“no, vai pure e lasciami solo con lui per un pò”
Sapeva quanto fosse sfiancante dover aspettare le sue risposte senza fiato, quelle parole che non prendevano corpo perchè vuote di ogni suono e significato. Ma forse ora aveva scritto sulla terra e sarebbe stato più facile spegnere tutto.
L’ansia aveva inghiottito i suoi occhi, li aveva succhiati dentro al cranio così in fondo che per guardare sopra quella vasca le pupille dovevano aggrapparsi ai bordi ossuti degli zigomi. Chiuse per un attimo le palpebre e i pensieri tutti, come per prender fiato con la visione. Li aprì e vide che sotto al moncone della vecchia pianta aveva scritto qualcosa che lo scagionava anche quel giorno. L’amico gli aveva regalato ancora un giorno, gli aveva concesso ancora ore da uomo e non da omicida. Si alzò senza voltarsi, senza guardarlo o sorridergli, si alzò senza toccarlo o spiargli lo sguardo. Si lasciò carezzare il viso dal bucato bianco, candito dal profumo di una roma bellissima quel giorno e si fermò a guardare a sud oltre il cornicione. Il cielo vivo sopra alle cupole e ai giardini. “lasciale andare”, “lasciale andare” aveva letto …
e dovette pescare in quel suo profondo e maligno odio per la vita, lui medico di nascituri, per poter intendere tra quelle parole scritte a terra dall’amico la supplica sua a non fottersi ancora la moglie e la famiglia. E non altro.
Non lo guardò neanche e ridiscese le scale ticchettando con l’indice sul passamano di metallo col ritmo di quei due cuori ancora appesi.
Karim
29 gen
Era quasi sera, si aprì la porta del bus e aiutò il fratello a salire. Piccolo gibboso, scuro più di lui. Aveva i capelli neri e lucidi poco irti sopra il cranio come fosse un furetto bagnato e unto. Un giubbino di finta pelle scamosciata, pantaloni anonimi retti su‘ da una cintura di strati di cartone pressato e colla. Un paio di scarpe modeste tanto da tenerlo sulla terra e in vita in modo decente. Il viso come un mocassino storto in una scatola con gli occhi come due occhielli per lacci. La porta a pressione si chiuse dietro i due soffiando fuori quell’ultima aria fredda accodatasi e Ashan seguì il fratello con lo sguardo, guidandolo tra i posti e la gente. Lo guardava da dietro scortandogli le spalle curve e muovendo la testa come se lo filoguidasse fino all’ultima fila di sedili caldi sopra il motore. Ripresero la corsa da via dei casal dei pazzi verso il Santiago. Era perso Karim, ogni sera lo seguiva in autobus e tra i tavoli senza mai dire una parola che non fosse l’elenco dei piatti del giorno o un grazie incespicato. Non parlava e annuiva soltanto anche quando qualche cliente più scaltro in denari chiedeva più di una pietanza scaldata.
“voglio tornare da mama questa sera Ashan”
“e come ci torneresti a casa questa sera?”
“in treno fratello, il t- treno fino a padova e poi u- un volo senza fermate per Jabalpur”
“Da Padova? perchè da Padova?”
“perchè lì fanno delle po- polpette col brodo caldo che voglio far mangiare a mama”
“il brodo caldo con le polpette? sai da quanto non si trova carne in giro? e sai cosa troverai a casa? forse riso. forse”
Non dovette nemmeno voltarsi e guardarlo. Era certo che quel malloppo di parole in bocca fosse il conto pagato di discorsi per tutto un anno. L’ultima volta che lo sentì blaterare fu quando, riuscì a comprare delle bistecche di manzo e sedani gialli al mercato rionale nel settembre del 2011, ultimo anno florido per la ristorazione sociale e sovvenzionata. Era certo che i suoi discorsi sarebbero decantati dopo un pò come il vino dei castelli sciacquato, come il siero degli angeli misto a nuvole d’ovatta.
La prima loro fermata e la porta affianco si spalancò su via Galbani. Il mercato stava dietro l’obliteratrice automatica, alle spalle della pensilina in frasche. Dopo la grande crisi era raro trovare verdure verdi in cassetta, impensabile carni che non fossero riccioli nerastri attaccati ai nervi di grandi anche di vacche. Questo mercato era famoso perchè degli ingrossi ittici riuscivano a rifornire alcuni chioschi di pesce azzurro macero e teste di orate per le zuppe di ognuno. Il fatto che fossimo alla frutta si capiva non dal colore delle banane peste come le braccia dei tossici a Termini ma dal fatto che non c’erano a terra scarti di verdure o bucce o scaglie secche di baccalà. Sarebbe stato difficile riprendersi da quel fosso comune, ammassati, com’eravamo, come esistenze cosparse di calce pronte a seccare. Come quelle stuoie di baccalà in salsa di sale.
La porta sfiatò olio nei tubi e chiuse quello spettacolo mentre il motore, sotto al culo dei due, tossendo gasolio agricolo in enormi fumate, arrancò per la via.
“Ashan, gua- guardami negli occhi”
e la cosa era davvero difficile visto che quelle due asole nero pece miravano, da sempre, le due sponde opposte del sacro Gange.
“guardami e dimmi che è possibile che que- questa sera arriverò a casa di mama per cena con le po- polpette e il brodo caaaldo caldo, Ashan”
La risata del fratello minore era ovvia anche se soffocata per la decenza di non mostrare tanto sarcasmo davanti a quel viso schiacciato con dentro un cervello che era la sala da ballo di falene e coccinelle.
“come credi di poter arrivare in tempo per cena?”
“ non delirare! gli ultimi aerei che son partiti da Fiumicino andavano ancora a kerosene”
“ricordi che non esiste altro che gasolio per trattori e miscela di colza? che farai? ci piscerai dentro a quegli enormi tromboni? e poi aspetterai che le hostess dello scalo ti spingano fino a fine pista?
”Ma poi scusa, dimmi un pò, come ci arriveresti tu a Padova? vedi che macchine ci sono in giro? Talenti sembra Mosca nei film di 007. e i treni?“
Ashan stese i baffi ai lati in una smorfia che sapeva di isterico, di acido, come la mousse di latte di gatta che avrebbero offerto agli ultimi ospiti questa sera.
”i treni poi! ma non farmi ridere stupido!“
beccando la testa di karim con le dita come fosse un gallo.
”ormai viaggiano solo i cassoni e quelli per la gente sono parcheggiati a Ostiense e Tiburtina e li usa la Caritas come dormitoi“
Aveva detto per ben tre volte ”stupido“ e quelle parole erano cadute in faccia a Karim come le gocce in un pantano molle. Avevano smesso di parlare da un pò ma quelle creste tonde, quelle increspature storcevano il suo viso verso il basso come un cero a fine supplica.
Il 309, da un pò, faceva una strada diversa, più lunga. Passava davanti a degli enormi palazzoni in cortina. Dieci piani a portone per un’enorme struttura che arrivava da viale Kant fino al parco di Rebibbia. Le cose erano davvero cambiate. Le grate cingevano i balconi, portoni in laminato pesante e i tetti avevano fili di cinta in metallo con antenne che spuntavano sghembe. I primi piani, avevano carrucole per portar sù il possibile senza che mai si lasciassero incustoditi gli appartamenti. Ci si doveva guardare da una nuova generazione di ladri. I ladri di case. Erano capaci di svuotarti l’appartamento e mollarti con la credenza e il divano davanti strada in meno di un’ora. Era per questo che in giro c’era sempre gente spaiata. Uno in giro a raccattare cibo e lavoro. Uno a sorvegliare l’abitazione.
Al ristorante mai più cene romantiche, matrimoni o feste di compleanno.
Del resto ogni anno passato era un anno in cui si era sopravvissuti, un anno un cui si era dato fondo a tutto ciò che la città poteva dare.
”senti Ashan e se prendessi uno di quei pa- pattini?“
Era tornato ancora a quell’idea folle guardando un enorme cartellone che pubblicizzava una catena di market solidali con dei carrelli vuoti.
Mise una mano sul braccio di Karim come se temesse una reazione. Che non ci fù.
”si visto che non c’è ke- kerosene, benzina o treni p- p- potrei spingermi con la gamba sana fino a casa. Ricordi che da ba- bambino riuscivo ad aprire le stalle con questa gamba? è ancora bu- buooona sai? senti senti un pò quant’è dura“
Prese la mano di Ashan e la posò sul quadricipite secco come se non avesse piovuto da anni.
”è l’osso questo, fratello e te non ti reggi in piedi nemmeno tra i tavoli“
”mi sa che questa sera, come tutte le sere, mangerai scarti dietro al ristorante e ti toccherà ancora dividere il cuscino con me“
”se vuoi chiedi all’autista se ti può far mandare un ciao alla tua dolce mama col microfono dell’autobus. ah ricordati di mandarle i miei saluti“
Ormai parlava senza voltarsi. Quasi stanco di ascoltarlo ma scosso anche lui da quella stessa voglia di andare via.
Ma non avrebbero potuto in tempi migliori. Era impensabile ora che tutto il mondo era fermo e immobile. Scalciante appena, prima del tracollo. Come un enorme obolo spento nello spazio profondo.
Il bus percorreva via Nomentana. La strada, come molte in città, era asfaltata al risparmio, due rivoli di catrame come rotaie e ai lati e in mezzo bricciolo e sabbia proveniente dai margini secchi del Tevere. Gli autobus dovevano percorrere quelle strisce nere per non smontarsi dentro le voragini che la pioggia apriva. Su via Asmara si ergevano i locali della quindicesima circoscrizione autogestita. Roma, prima del disfacimento, aveva 19 circoscrizioni comunali, ognuna dipendente dal Campidoglio. In seguito, l’arrogante federalismo dello sato centrale creò, nella nuova classe politica, un fermento di diffusa autogestione e ora le circoscrizioni erano diventate 234. Il distretto comunale occupava delle baracche in panneli di cemento colorato di blu e giallo in un piccolo parco di cedri e limoni. Gli scivoli e le altalene dai rami davano al posto un aspetto socialmente ordinario mentre, i nuovi messi comunali erano tutti omoni tatuati proveniente dalla varie fazioni di ultras romane. Nessun abito talare, nessuna cravatta verde pistacchio o merletto in plastica del blasone della gloriosa urbe. I nuovi dirigenti del quartiere avevano giubbini in kevlar senza maniche che coprivano maglioni neri con colli sparati al cielo. Pantaloni gonfi di tasche e al posto delle penne d’ordinanza piccoli e lunghi punteruoli sfollanti. Come se le file agli sportelli fossero da sedare come le partite di rugby al Flaminio.
Karim con le mani che facevano arco tra i vetri del bus e il suo sguardo seguiva un anziano che entrava in uno di quegli scatolotti di cemento colorato tenendo in mano, appeso, uno straccio con dentro un pentola chiusa. Magari era una gentile elargizione per avere un documento in giornata o magari la cena per quel bamboccione tatuato del figlio in carriera municipale. Aspetto’ che il vecchio entrasse e poi si girò.
”sai che, sai che po- potrei andare in autostop?“
stava continuando a tirar fuori altra pappetta di parole a riguardo quando Ashan gli puntò l’angolo del gomito e non certo per fargli contare i buchi aperti sulla giacca da quella fottuta gatta durante la mungitura.
Solo suggerirgli un silenzio che durasse almeno le ultime 2 fermate.
”si fratello potr…..“
E partì quell’angolo d’osso e tendini per dove le parole davano fiato a quelle cazzate. Ashan vide la sua testa sbattere forte alla vetrata posteriore. Un rumore cupo, vuoto e quella testa malforme che rinculava come un pungiball alle giostre. Non era ancora tornata a sbattere sul gomito che già Ashan fu assalito da un dispiacere fraterno che invece di sedare la sua rabbia la caricò come una grossa molla.
Era come se il provare afflizione, per quel cazzotto sul muso di karim, nutrisse in lui una disperazione cupa che lo tirava giù in uno sprofondo fatto di nervi e scatti di bestia. Si girò senza scollare il culo e costrinse la testa del fratello nell’angolo e il vetro. Con la sinistra teneva il viso tra il pollice e le altre dita e con la destra puntava gli occhi. Quei cazzi di occhi sempre accesi sulla vita di entrambi. Sempre troppo accorti lui che era un povero deficiente. Lui che non poteva permetterselo. Iniziò a piantare dei colpi secchi proprio sopra quei bulbi aperti e increduli. Pareva li contasse per spartirli in numero pari per ogni apertura sbarrata in cerca di grazia. Karim poteva urlare a stento stretta com’era la sua bocca tra le dita del fratello più giovane. E questi continuò a bussare su quello sguardo con la forza e la rabbia che aveva in corpo, fino a sentire le ossa sue stanche e quelle del fratello peste a sufficienza. Si fermò e con lui gli sputacchi di rabbia sopra il viso dell’altro. Si fermò aprendo la bocca per tornare a respirare e lasciando che l’altra, sfilata dalle sue dita, potesse urlare finalmente. E furono urla di bimbo, di cane dalla coda mozzata, urla stupide anche quelle. Urla lacere come i suoi occhi. Ashan si girò per tornare a fissare la strada bicolore tra le due file di sedili. Nessuna esitazione o smorfia sul suo viso intonzo. Karim, invece, si sollevò da quell’angolo come un elastico. Rimise in un attimo una delle chiappe sul sedile e quando il busto si allineò al bacino le urla presero respiro. Divennero più lancinanti e disperate. La bocca aperta storceva tutto attorno, gli occhi gonfi di lacrime e sangue, la punta del mento lontana da ogni cosa che fossero pensieri sereni in quel finire del giorno su via Piave.
Le mani consegnate alle ginocchia e tutto il busto in un’altalena che sembrava una febbrile preghiera.
Il giovane fratello si stese appena per prenotare la fermata mentre lo sguardo pesto dell’altro seguiva quella mano arrossata in punta facendo scemare a fatica le grida e il pianto, piano piano.
Restarono solo singhiozzi su quel viso dolcissimo.
Ashan si alzò, posò lo sguardo sulla testa di un passeggero che tirava su il colletto, forse per paura e si girò per guardare il fratello. Gli prese la mano con premura e scesero davanti al ristorante.
Il bus li salutò sul marciapiede sbuffando fumo e polvere. Ashan lo accompagnò con due dita sul fianco fino all’entrata. Gli ricordò lo scalino e lo vide sparire dentro, dopo una lieve spinta alle spalle, tra i tavoli da sistemare.
Lui prima di entrare raccolse due tovaglie da sopra un filo di nylon, teso tra gli infissi della vetrina. Lasciò per un attimo lo sguardo fuori dalla porta per scorgere Micia che dondolante e gattona attraversava la strada fino al parco. Sorrise appena, alle 20:34 pensando che non ci sarebbe stata mousse da servire quella sera… e entrò.
–The End–
Bertha
29 gen
Miss Fulton mosse in direzione di Bertha alla quale diede da stringere le sue dita affusolate.
<<>>
<<>> rispose Bertha.
Miss Foulton le trattenne la mano un attimo di più
<<>> mormorò
Ed eccola scomparsa con Eddie alle calcagna, come il gatto che ricalcava le orme del gatto grigio.
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“quel suo incantevole pero… il suo pero… il suo pero!…”
bertha addirittura corse alle lunghe finestre.
<
ma il pero era incantevole come sempre e fiorito e immobile.
Pensò questo con un’intensità tale da tagliarle in due la fronte. pensò e guardò l’albero fino a che, dalla base, il nero di uno spasmo mioclonico lo raggrinzì come una stuoia vecchia.
Le allucinazioni e le deliranti visioni si placavano. L’accesso epilettico era svanito come il temporale che lascia le sue vittime a terra, in miriadi di foglie torte fin sui patii e le finestre.
Assieme al gocciolio delle gronde dai tetti così gli occhi di Bertha terminarono il supplizio delle contrazioni in piccole, lacrimevoli scintille. Si ingoiò gli ultimi nervi e con essi i panni della sua plumbea Pearl. Le spaventose inclinazioni avevano lasciato agli altri, nella stanza, l’odore bruciato dei suoi violenti incanti.
Il dottor Knight abbassò il grosso monocolo d’osso sopra il suo occhio come per accertarsi che in quelle due fertili tube Bertha non nascondesse altro che la cruda realtà. Si rialzò dal viso di lei e cercò l’assenso della istopatologa Face. Lei rispose reattiva al richiamo dondolando la testa sopra al collo come fosse una scimmia urlatrice dal grande posteriore rosa.
Il rumore crespato del lattice sfilato dalle dita sancì la fine della seduta mentre il giovane e rampante Warren ripose nel gel le fiale di acroagonine e cervelli di maiali fritti.
La piccola consulta lasciò la stanza e bertha con l’ultimo dei suoi sforzi sollevò leggermente il capo da quell’astuccio di corpo verso quelle lunghe finestre sul giardino.
Fuori dall’istituto Hirnforschung, sotto a un vecchio albero, Harry e un piccolo taxi di latta, appeso per un fanale a un filo di lana teso fino al dito di una riccioluta bimba.