Writing
……..
15 apr
Mi si ruppe lo sguardo
infranto come il vetro.
Il parallasse sopra il cervello
si piegò come un uncino
e quando la polvere delle sue scarpe
si battè a terra come la pioggia,
io, cauto,
da dietro il vecchietto che mi passò veloce,
raccolsi da terra il senso del vuoto
e l’agire impudente.
Bruciava come una lama tagliente
e puzzava di mille corpi o più.
…
7 apr
Il colore bruno si aprì per gradi inconsueti,
una cerniera di merletti uncinati
si stese ai piedi di setosi fili
e piccoli e torciuti fusi
si alzarono come il delirio
piegato in sù.
Tutto attorno ovatte di colori e orlate pelli.
Sciacca Salvatore
19 mar
Scritta a lettere fitte e minute lungo una striscia sottile di carta rollata, in mezzo a mille altre sul tavolo, quella che segue è la lista di ingredienti della cena di due sere fa. La sera in cui cercai di abbonirmi il maresciallo Sciacca Salvatore:
- un kg di scilatelli a doppio avvolgimento in farina di grano duro
- 4 litri di ragù calabrese con tocchi di carne attaccata all’osso
- 2 enormi bistecche sollazzate da patate della Sila tra piloni di enormi cornioli rossi e roventi
- 5 salsicce di grosso calibro che avrebbero rallegrato le notti di ogni femmina in paese
- un fiasco di vino d’uva rossa misto ad altro d’uva brunè con pizzico di sambuca
- pane in cassetta, di due liste da tre che era anche piena di pitte e filoni.
Erano le 20:34 di una sera nello sprofondo. Ci guardavano tra il collo morello del fiasco e la bottiglia di lavatura d’acqua in plastica che nessuno avrebbe toccato.
L’avrei dovuto stordire col vino e quasi ucciderlo coi grassi per poi farmi dire a che punto erano le indagini.
Aveva dei baffi densi e corpulenti che scendevano in basso a due enormi narici, giardini pensili di peli che avevano radici sotto all’amigdala. Ai lati di quei mazzi fibrosi e neri come scarpe due enormi palle di pelle per guance, tanto tese da strizzare gli occhietti impercettivi in lacrime stillate sotto alle arcate di una fronte spaziosa e lucida, grassa fin dietro alle spalle.
Quella sera aveva il cappello d’ordinanza e non vidi altro.
Aggiungo anche che il maresciallo era una fogna d’uomo, un prodigio della natura. Una discarica il cui cielo si era chiuso nel 37, sotto a quel pezzo di stoffa con su la fiamma dell’arma. Sembrava che decine di secoli di evoluzione avessero dato vita al suo corpo.
In paese si diceva che al posto del piloro avesse degli ingranaggi servoassistiti che riuscivano a sminuzzare qualsiasi cosa si trovasse in carte da alimenti.
Alcune vecchie trascrizioni negli atti della caserma, riportavano che le pareti del suo addome erano a doppio strato antiperforamento con camera d’aria negli interstizi. Come i giubbotti d’ordinanza o… che forse ne avesse ingoiato uno e fatto proprio come si annettono a se i funghi ai bordi delle latrine?
Il tessuto sarebbe stato composto da un particolare collagene resistente agli acidi con piccole ghiandole di secrezione autolubrificanti; sembra fossero state capaci di secernere un liquido antiacido e antibatterico.
Il vantaggio di un simile sistema era indiscutibile, ma il liquido aveva un odore acre, forte e comportava enormi e nebulose flatulenze.
Quella sera, però, avevo allestito sotto al suo culo una sedia fonoassorbente in legno con due strati di cucini, uno in gomma piuma e uno in piume di gallo morto per sbaglio.
Comunque…
L’intero sacco digerente era trattenuto, tra le pareti del crasso e della pleura, mediante cavi antistrappo con frizione antisaltellamento. I cavi si attaccavano in modo
vicinale a piccole placche di titanio perforato e alleggerito e in modo distale a ganci di 3 pollici con trattamento antiruggine. Il sistema basculante permetteva al maresciallo Sciacca Salvatore di muoversi con perfetta e inusita leggerezza senza che il suo enorme ventre si strappasse a terra.
Ma la perfezione era nella parte bassa dei suoi meccanismi.
Anche i due appuntati Venturi e Scalia ne erano a conoscenza.
La valvola che collegava lo stomaco al crasso era dotata dello stesso ingranaggio del piloro, ma questa volta i
dentini erano più piccoli, minuti e serrati per sminuzzare il cibo ancora più efficacemente e trasformarlo in merda a passo fine 0.08 micron.
Tanto fine che poteva sembrare pappetta di neonati… o di neonata se si scambiavano gli acini d’uva a piccoli occhietti neri.
Dopo questo secondo ingranaggio l’ultimo elemento dello stomaco era un minuscolo sensore a forma di ventre di papera che aveva lo scopo di fornire miliardi di informazioni al secondo a quel piccolo cervello che stava sotto la pelata. Informazioni che riguardavano la temperatura, la consistenza, il passo, la densità, l’olezzo, la tensione superficiale (perchè la
schiumetta aveva la sua importanza), la grana, il colore e altre decine di variabili dell’escreto. Questo sensore teneva sotto controllo lo stato dell’ammasso putrescente che doveva, ogni volta, inondare il crasso e se una qualsiasi di queste variabili era fuori standard – la
commissione di controllo risiede ancora a Lamezia – la valvola mandava delle piccole scariche elettriche sulle placche motrici dell’intestino sotto forma di pirofosfato di sodio spremendo quest’ultimo come un grosso culo in mano ad un calabrese arrapato; a questo punto l’impasto risaliva in su per lo stomaco per finire in bocca del maresciallo Sciacca Salvatore che riiniziava il ciclo.
Se vi capitava di vedere il maresciallo Sciacca Salvatore masticare di continuo, ruminare come una vacca al pascolo davanti alla camionetta non era perchè lo stato avesse fornito l’arma di auricolari ma per via della commissione di Lamezia che, a quei tempi, non raggiungeva mai il quorum.
Erano le 20:45 e avrei dovuto stordirlo col vino e quasi ucciderlo coi grassi per farmi dire di Tano e dell’altro mio fratello Toni con la “i”, ma il maresciallo Sciacca Salvatore quella sciagurata sera sembrava avesse il bolo in bocca. Sembrava ruminasse ancora per una merenda in trecce e provole al pascolo di don Nino.
“Pinu, nun manju stasira, mi sentu… mmhh.. comu dira… nu pocu ushatu”
“ senti, tocca, toccame u codhu… mò mò i provuli marrivanu ari ricchi”
“dimmi pecchì mi hacisti veniri?”
“u sai ca…”
“chi cazzu fai Pi……”
Il fumo bianco, caldo, crespato di piombo salì verso il cono di luce del lampdario tra il fiasco di vino e l’acqua, sopra quei piatti, al centro di una cucina buia senza finestre, sotto sette metri di terra, tra le assi di una vecchia stalla, in bocca a un lungo cunicolo che portava al paese.
Marcelo
29 gen
La gente accorsa formava un muro spesso che gli impediva di vedere cosa fosse successo. Provò a chiedere a qualcuno ma trovò solo sguardi allucinati, fissi sullo stesso punto. Sembrava che tutti avessero perduto la facoltà di parlare. La curiosità lo indusse a spingere e a forza di gomitate si fece largo tra la folla e anche Marcelo vide.
Era nero, grande. Il suo raggio quanto un campo di raccolta e dentro il buio, così profondo che neanche il sole delle dodici riusciva a schiarire. Era un cerchio perfetto, un buco tanto preciso, in mezzo allo sterrato della piazza, da sembrar essere stato progettato dagli antichi Uxmal.
Arqueles si portò il piccolo davanti tra le mani che stringevano la punta delle spalle.
“questa volta quei cani di americani l’hanno fatta grossa Marcelo …. profonda anche. E dire che il nuovo presidente doveva essere dalla parte di noi miserabili. Non c’è cosa peggiore di avere un coyote tra i cani che devono badare alle tue vacche.”
Marcelo non distolse lo sguardo dal centro di quella voragine e replicò:
“lo dissi a nonna Luz che il presidente era un mochonos con le patate scurito al forno per le elezioni”
“sei troppo piccolo per pensare a queste cose, dovresti prepararti per questa sera. La festa è per voi bambini… vai su, corri da nonna”
Lo spinse verso casa con un cazzotto sulla testa mentre con un braccio teneva aperta la breccia tra quella folla silenziosa.
Una festa per i bimbi, per i bambini che attorno a quel fosso erano 4 e tutti ormai sazi di menzogne e latte.
Il vento caldo e solito di quell’ora spazzò la polvere proprio sopra al buco e da lì scomparve. Spazzò così la folla tutta attorno. Col viso a contarsi i passi, la gente sparì nella frescura delle case colorate. Al centro della piazza quell’immenso baratro nero e senza fondo.
Era il 10 maggio, il Dia della Madre e il villaggio, uno dei tanti villaggi discarica della zona si ritròvò con un grosso buco nel cuore dei festeggiamenti.
Boca Grande era un piccolo centro, un catino colorato di case di terra cotta al sole ai margini della grande Guadalupe Victoria la lunga dorsale d’asfalto e di speranza sotto alla frontiera. Il paese stava in un budello torto del Rio Grande. A ben guardarlo sulle vecchie mappe affisse nella Texaco station, era come un’ulcera nel ventre caldo del grande fiume. Sembrava che anche lui cercasse di rigettare come un cancro quel piccolo cumulo di case diroccate. Ora quel buco era lì. L’ulcera aveva perforato la terra e avrebbe risucchiato dentro la gente di Grande Boca con i loro stracci e l’immondizia degli States.
Marcelo si sbattè i pantaloni bianchi dalla polvere e si diresse alla sua baracca. Nonna Luz lo aspettava al fresco della veranda con una cola fredda e tre fette di lime. Salì appena i blocchi di cemento sotto alle tavole che la vecchia tirò la testa dentro la linea della frescura come una tartaruga d’acqua.
La mano le tremava sull’enorme ruota della sedia.
“perchè erano tutti lì Marcelo? non dirmi che don Alejandro ha riscosso anche oggi? non è ancora luna buona per lui e i suoi bastardi.”
“no nonna, non è colpa del cerdo questa volta. Si è aperto un grande buco in piazza. Vedi quella macchia nera? dentro non c’è fondo. E‘ tutto nero e non c’è un fondo.”
la punta del mento della vecchia ricomparve alla luce del sole e da lì il piccolo ascoltò:
“ragazzino stupido senza denti, le sciagure accadono sempre per un motivo e c’è sempre un fondo alle cose, alle cose come alle persone. Sarà l’acqua del fiume che ha aperto la terra. Ci levasse tutti via almeno. Lavasse la terra da noi poveri vermi”
Non aveva forze a sufficenza per urlare ma per calcare quelle parole aveva steso il collo e puntato un dito torciuto su quella piccola testolina rasata a ratto.
“nonna, il fiume ci sposterebbe solo a valle e tu come una pianta infestante riprederesti a vivere anche a San Juan Chamula o nella discarica di Matatlan.”
Si prese la cola dal tavolo sotto la veranda, si sedette sui blocchi sotto al sole. Succhiò due fette di lime. La terza marcia se la buttò dietro le spalle. Bevve senza respirare.
Boca Grande pareva un anfiteatro fatto di lamiere, un enorme cesso di ceramica dal collo in su. Tre vie principali guarnivano questo cesto di fame e disgrazia e tra una via e l’altra un rione. Più si era disperati e più in basso si possedeva baracca. Quelli che gestivano braccianti o puttane potevano abitare grandi caseggiati impagliati e bianchi sul bordo di quel catino senza sciaqquone. All’aria fresca e profumta di cielo.
Nonna Luz possedeva solo la sua sedia a rotelle, una veranda e una stanza al primo girone. Ah… possedeva anche Marcelo che era un tesoro per quei tempi.
I bimbi lo erano in quello scolo.
Erano piccoli tanto da potersi infilare tra le montange di rifiuti a scovare filoni di rame che valevano oro. Riuscivano a calarsi nei pozzi d’ispezione e se avavano tanta aria nei polmoni potevano risalire con litri d’olio o morti e appiccicosi come grumi di catarro. E poi mangiavano poco. Le tenie infestavano tanto le loro pancie che avevano una sazietà cronica per tanta carne brulicante sotto al petto. Era come se ogni famiglia possedesse un piccolo trattore diesel che consumava poco.
O che andasse a spinta.
Marcelo era uno di quelli che andavano a spinta e non aveva alcuna intenzione di morire in quel posto. Mamma Josefa lo aspettava oltre la frontiera e un giorno l’avrebbe rivista, bella con il suo completino bianco lavanda a servire con lei pepsi ghiacciate agli yenkies del motel Tocos de Dios.
Ma intanto che quella fottuta gramigna rimaneva in vita non poteva fare altro che salire sul furgone di Arqueles e spalare rottami nella vicina Matatlan.
Provò vari modi per seccare la vecchia. Una sera provò con una foglia d’agave incollata su una tavola e posata per caso sul fondo della sedia.
Ma la vecchia superò la notte. La foglia da allora le si era incastrata tra quelle flatulenti chiappe raggrinzite tanto a fondo da averla fatta propria. Come un’unghia incarnita vicino al buco del culo. Come uno sperone con cui poter cavare buche prima di cagare. A Boca Grande neanche nelle baracche sul bordo del catino c’erano cessi dietro le verande.
Un mattino Marcelo si svegliò per preparare del latte di capra. Aveva tenuto da parte il distillato di batteria del camion. Lo aveva provato sull’unghia del pollice e l’aveva sbollita e tirata su come una zinna col ghiaccio. Avrebbe divorato l’erbaccia da dentro. Così credeva. Quella mattina la vecchia bevve il latte e Marcelo la guardò stupito come una mamma che guarda la voracità di un bimbo famelico. Contò fino a tre e poi mischiò gli altri numeri ma sentì solo un rumore cupo di pentolame e ferraglia dentro quel corpo. Un sorriso gentile e affezionato di lei e poi un enorme rutto che sembrava le avesse strappato i tiranti di tutti gli sfiteri. Non la vide sflosciarsi sulla sedia, non avvenne che le interiora sciolte ricoprissero le sue anche e le scarpe. Passò la giornata anche quella volta e tutte le altre fino a quel giorno di festa.
Sopra l’orizzonte bruno della cola che gli scivolava in gola, sotto allo scoppiettio friccicante delle ultime bolle sul fondo del bicchiere pareva di aver visto duemila occhi accesi di mille altra gente dentro alle ombrose frasche di ogni baracca. Tutti occhietti puntati e vispi, come in un teatrino, al centro di quella piazza, in quel punto in cui il buco risucchiò rapidamente le pertiche delle bandierine e i banconi colorati a festa. La piazza si gonfiò come lo sfintere di una gallina e da lì a pochi istanti sbuffò fuori un liquame denso e acre e, in alto, metri e metri di fumo caldo e marcio. Si schiarì l’esalazione come uno scatarro dal profondo e al centro della piazza un gigantesco uovo candito degli umori mucosi della madre terra. Sopra l’enorme uovo, a due metri dal suolo, si leggeva chiaramente “la lucha sigue Zapata vive”
“svegliati piccolo farabutto, svegliati. Hai del lavoro da fare stupido paio di polmoni rinsecchiti. Smetti di tossire aria fritta e vai a preparare il banco della festa”
Marcelo si spugnò gli occhi con le mani e, rintronato come se avesse preso botte in testa, riprese coscienza tra le macchie di penne rossastre di una malconcia gallina che gli beccava davanti.
Quell’inferno poteva essere scambiato, com molta fantasia, per un’assolata e biancha spiaggia della bassa california. Kilometri di terra dorata e leccata dall’oceano su cui milioni di piccoli uccelli marini beccavano grani di cedro tra le conchiglie danzanti.
Senza tutta quella fantasia, invece, le vie di Boca e la sua porcheria erano il banchetto di centinaia di galline pelate dal gozzo infiammato e con le zampe torte da enormi cristalli di gotta.
Era lecito che i sogni di quella gente fossero infestati da enormi uova bianchissime colme di sapori.
Quel pomeriggio Marcelo fece presto a imbastire il banco per la serata. Aveva raccolto tutta la sua collezione blu di cazzate dell’Unicef. Una sciarpa di lana, molto utile in quell’angolo di forno, 7 stemmini adesivi dagli angoli curvi e anneriti che potevano ben figurare dietro il cassone del camion che lo portava in discarica. Aveva anche due prendinota calamitati a forma di mondo con le frasche, adorabili sopra il frigo senza gas nel bar di Isabela o di traverso tra le sue tette. Aveva conservato, infine, tutti i certificati di rimpatrio di molti bambini del paese e li aveva appesi a mò di bandierine lungo un filo tra un angolo e l’altro del negozietto a portar via. A monito che qualcosa forse non funzionava tra il consolato messicano e quello statunitense, i certificati c’erano ma i suoi amichetti tardavano a tornare.
In quella sera molte delle famiglie di Boca si preparavano a vendere i pochi avanzi della loro povertà. Tutti si affrettavano a montare piccoli bazar fatiscenti sotto alle poche lampade che schiarivano la piazza. Marcelo aveva battuto tutti sul tempo piazzandosi con le spalle all’enorme voragine e sotto al faro che illuminava il palo dei voladores. Presto si sarebbe goduto lo spettacolo degli uomini volanti sperando che uno dei cinque, prima della fine del 13esimo volteggio, sbirciasse dentro al fondo di quell’enorme buco nella piazza.
Ormai era l’ora che il sole calasse dietro alle ultime case sopra il ciglio del catino. La torretta dei Gonzales era l’ultima cosa a cui la luce si aggrappava per non scivolare in un’altra nottata. A quell’ora le galline erano sparite, il vento nascosto sotto ai legni delle baracche come un gatto con gli occhi tra le zampe. Intensi odori di stufato di dignitose donne. Un cielo in fiamme dietro alle poche nuvole schiacciate sulla linea del tramonto.
Due serie di tre petardi ruppero il silenzio prima della battuta d’asta. In palio pietanze locali, bevande colorate e atre frattaglie.
Tre giri di do di una guitarra de golpe, un la di accordo ai violini e la vihuela di Felipe diede inizio al Dia della Madre. Fernando, Gilberto, Horacio e Nieves, i mariachi di Boca Grande, iniziarono il repertorio con Cielito Lindo, Jalisco e El Rey.
Questi occupavano in piccolo palco davanti alla scuola in rovina. Avevano pantaloni neri, cinte in pelle con borchie da gringo, bluse bianche e larghe con ampi foulard rossi sotto a grassi colli. Pizzetti, baffi, barbe scompagnate e piccoli denti scheggiati o dorati che davano il ritmo al canto come in una festa antica.
C’era il carretto di Marielina, un piccolo due ruote color canarino. “papas a la fransessa” scritto in rosso sopra il tettino in stoffa di striscie bianche e blu. Un secchiello vicino e, sopra, enormi caviglie farcite di capillari tesi e quasi al collasso. Queste si tendevano appena fino a una leggera veste bianca e sporca di crema al semolino, dentro un enorme sporta di carne e grasso cagliato. Forse due chiappe sopra una sedia, forse solo una vecchia seduta e appisolata tra i fumi delle frittelle.
“Minha Galera” in sottofondo e più in là la signora Leticia sbucava appena dalla porta di casa. Pareti blu a peli spessi di pennellate alla buona, grandi croste di intonaco e due chiodi ficcati sopra un grosso grappolo di cipolle dorate e coperte di terra. Pochi pesos per una bustina di canna, pochi altri per un ananas secco e beccato dai corvi. La sua speranza non era per la vendita di mezzi cocchi crepati come ciotole d’argilla ma per l’eventuale rimpatrio del suo piccolo Palomo.
“marcelo nessuna notizia dal consolato? nessuna nuova carta? ho sentito che il DIF non ha più crediti e che hanno rilasiato i polleros di Santiaco”
“si signora, è successo l’altro ieri. Io ho solo i certificati fino a gennaio. Appena ho altre notizie le saprete anche voi”
I mariachi rallegrarono l’aria con “buona vista hotel” e la signora Leticia si interruppe, prima che le brinassero gli occhi, iniziando a ancheggiare tra i cipollotti e gli avocadi.
La gente di Boca era tuttà in piazza ormai. Le case spente, attorno, facevano da tramezzi scuri come una fitta foresta di lamiere e tegole d’amianto tutte intorno. La folla scivolava lungo la via sotto a centianai di lucette colorate e bandierine senza vento rapite dall’alito quieto della voragine. Quell’enorme buco che aveva costretto i festeggiamenti in un angolo della piazza.
C’era anche Don Leandro che si faceva spazio coi suoi affiliati che, puntando i fucili alle anche della gente, apriva varchi per caminnarci dentro.
Si avvicinò al banco di Marcelo con l’abito candido dei Veracruz, pantaloni larghi e camicia a coprire un grosso ombellico sboccato. Un cappello ampio sopra un viso nero all’ombra delle luminarie, due cespugli grigi e arruffati, pensili sopra gli occhi gonfi, sporgenti e sudati.
Una fogna per bocca e dentro, topi con zampette rosate che agitavano labbra sottili, tanti topi, uno per ogni parola.
“è tutto sistemato Marcelino, ho con me quello che ti serve”
“shhhh non urlate Don Leandro, qualcuno potrebbe fraintendere”
replicò il piccoletto salendo con le punte proprio sotto le grandi orecchie del vecchio.
Si portò una manina a lato della bocca, con fare da grande e aggiunse:
“non ho più bisogno del ferro signore, mi è passata la rabbia”
“bene sono contento per te, ma ricordati che una giornata di pioggia non salverà il raccolto in un intero anno di aria secca”
“lo so, lo so don Leandro ma questa volta la suerte mi ha portato l’acqua dal fondo della terra”
Do Leandro, naturalmente, non capì ma accennando un lieve sorriso, con piccole zampette rosate che tiravano ai lati, si allontanò.
Nell’aria si sentiva un profumo di pollo tapado. Marcelo riconobbe le fette di ananas e le pere caramellate in zucchero di canna. La fragranza del pollo, in realtà le solite galline, gli mise una certa fame. Si sentì le viscere ribbolire, le tenie sguazzavano in decilitri di cola al lime e si avvianghiavano strette strette per far spazio, forse, a quel che a breve Marcelo avrebbe ingurgitato. Si avvicinò a nonna Luz e la vide sferragliare sui cocci consumati di un vecchio rosario. Sembrava stesse tessendo kilometri di stoffa colorata e invece pregava mugugnando.
Si accostò alle sue spalle e ruppe la sacralità di quel brusio mariano.
“nonna è tardi ormai, se vuoi ti porto a dormire? a quest’ora nessuno comprerà la nostra roba e nessuno verrà a chiederci notizie del consolato”
“si marcelo portami via da questa confusione e poi che festa è mai questa? la festa della madri, qui a Boca dove si è madri di figli persi o ammazzati come cani”
“nonna è tardi!”
“si si ho capito piccolo stupido, spingimi fino a casa e non fiatare”
Marcelo sulle note di “tristeza maleza” incominciò a spingere la sedia e la nonna per la via di casa.
Per metà quella sedia, la parte in cui era incastrata la vecchia, era spoglia e di povero metallo nero. L’altra metà, subito dietro, quella di Marcelo per intenderci, sembrava un carrettino spaziale. Adesivi della Nasa, una lunga antenna senza una radio sotto, due bandierine, una del Texas e una della pompa di bezina. Minuscoli sonagli sull’asse di ferro tra i manubri avvolti in un nastro sudato. Un piccolo manometro dal vetro crepato fingeva i km orari… una trombetta e altri gingilli colorati. Uniche cose da bimbo appese al culo di una vecchia.
Si allontanarono dalla musica assordante e dalla luce.
Man mano le note delle chitarre lasciavano il posto al tintinnio dei sonagli e i colori delle luminarie alla fievole luce di un cielo stellato.
Forse parlarono quando il silenzio poteva tenerli stretti. Forse non si dissero nulla neanche quella sera.
Marcelo, giunto ai blocchi di cemento, puntò la gamba destra sullo sterrato e si tirò sull’anca la sedia, fin sopra le assi di legno della veranda. Ci arrivò trafelato e in silenzio. Chiuse la sedia come una sdraio e la poggiò di fianco alla porta di lamiera.
Entrò dentro con la paura che non si sarebbe addormentato quella notte.
la fuga
29 gen
Lasciò cadere il cappotto e senza guardarlo in faccia biascicò qualcosa, pergiunta sottovoce
“ cosa hai fregnato?” disse LD
“ sputa qualche gruzzolo di merda che hai tra i denti e le parole e fà sentire anche me” urlò LD con la riserva di coraggio di quel mese.
“ devi andar via, ho deciso, abbiamo deciso! ” riuscì a gridare Maxim senza guardarlo negli occhi per non pentirsi anche questa volta.
“ si! devi lasciare questa casa cazzooo ” urlò la piccola e panciuta pin-up tenendo l’urlo premuto su quella ultima “o”, come se avesse due o tre fiati o una cospicua esperienza a trattenerlo a lungo in gola.
Ld posò la mano armata di sigaretta leccata sul rossetto lavanda della piccola sgualdrina di lettere elettriche, stese il collo quanto potè quella sera e senza disincastrare la gonfia e lurida canotta dal bordo del tavolo accennò una distrofica scenata.
Volò di tutto, sputacchi, bestemmie, pelle vecchia dai baffi persino pezzi di cena della sera prima … e ancora bestemmie.
Era come se avesse fatto il giro del sacrato, attraversato le navate, di corsa sotto ai baldacchi, un lieve inchino al patrono e poi giù inveendo contro tutti i santi che ricordava la chiesa, in fondo alla via, contenesse.
Maxim tremava, il viso e con esso il collo e le spalle, illuminata dal lampadario basso sopra il tavolo da pranzo in una nuvola di gocce, scaglie e insulti. Ma non cedette questa volta.
“ devi andar via e con te porta tutte le tue cose ” disse Maxim con una forza nuova o come chi è alla fine di una vita.
Ci fu un attimo di silenzio in casa, come se tutti e tre aspettassero un qualcosa che cambiasse le loro esistenze.
Ld si alzò e con lui anche la sedia attacata per la spalliera a una tasca dei pantaloni. Poi cadde a terra e questo rese fortuitamente il gesto più plateale.
Ma le due non sembrarono turbate ricordando che per attacchi di colite morbida Ld era capace di gesti atletici maggiori.
“portati via le tue cose!” disse ancora Maxim facendosi scudo con la corpulenta figlia.
E poi si interruppe.
Quell’attimo di silenzio era come se avesse caricato l’aria e fatto spazio in una lite in cui ora spettava a Ld la mossa migliore.
Non si preoccupò della sedia e anzi con stizza la scaraventò col piede fino alla base del forno. Si mosse come un rapper coi calzoni calati verso le due donne che si aprirono ai lati come gli invitati a una cerimonia… la cerimonia di LD a cui toccava il sermone.
Lui, con il collo incassato tra le spalle e la testa che contava i lastroni di cotto per terra, si diresse al piano di sopra contando 4 quadrati e una listella di marmo rosa.
Salendo prese respiro per l’inerpicata e per il resto dei farfugli e scazzi che avrebbe detto ad alta voce.
“ vi pentirete di non avermi tra i piedi stronze” urlò sulla prima rampa.
“ e quando non ci sarò e non saprete a chi additare colpe capirete cosa fare delle vostre fottute dita” disse alzando il medio per poi portarselo sotto al cavallo con un giro tondo e largo quanto il suo culo.
Sulla seconda rampa Ld avrebbe iniziato il carico e così fece mettendosi sotto braccio una vecchia coppa del circolo nautico, una sorta di stele nera lucida che il caso volle fosse anche del 2001. Ma erano mesi che programmava una simile fuga e quell’oggetto sarebbe servito.
Prese una vecchia valigia rigida da sopra l’armadio del corridoio e andò subito in bagno. In quella casa non aveva mai avuto un guardaroba e i suoi indumenti facevano una breve spola dal buco della lavratrice a molle fino a sopra il cesto di vimini dei panni sporchi. Solo quella sera, dopo otto anni lì dentro, si rese conto del perchè i suoi indumenti puzzassero sempre, comunque, anche se lindi.
Capì che da quel cesto intestato, su cui c’erano le sue iniziali, salivano gli effluvi maleodoranti di intere giornate sprecate fin sopra al mucchio di panni puliti e mai piegati. Poteva capire di non esser mai stato inserito nel quadretto familiare dal fatto che la loro cesta blu mare con fiori e pescetti in decoupage era a debita distanza dalla sua.
Mise la valigia sopra la tazza del cesso e senza pensare, lo aveva fatto tante altre vote ormai, divise quello spazio in due con la stele dal gambo dorato. Nel lato destro infilò con forza le cose pulite. Prese una busta di plastica dall’armadietto, la stese sopra come un lenzuolo da coroner e mise sul secondo strato i panni sporchi presi dentro la cesta. Era quasi orgoglioso di una simile attenzione per i suoi stracci. Poi si diresse verso lo scrigno marino certo di non trovarci cefali ma vestitini usati. Inizio a ridacchiare di gusto. Infilò la mano piegando il viso di lato e verso l’alto come si fa quando si raccolgono lumache in mare, per non affogare e, tastando, raccolse il pizzo e i merletti ben sapendo che era tutta roba della sua adorata figliastra. Nella breve parabola che quelle mutandine facevano dalla cesta alla valigia, odorava l’aria come un setter pregustando le sue intimità lontano da quella stronzetta che sarebbe andata in giro, per giorni, a carne e jeans.
Aveva riempito ormai ogni angolo, premuto con l’osso delle nocche per fare altro spazio e prese il dentifricio strozzato e storto, il suo spazzolino, quello di Maxim lo passò sotto le ascelle e lo ripose, quello di Rae fece la via più bassa sotto alla patta e lo rimise dov’era facendo attenzione al verso. Poi prese il lucido per le scarpe e il colorante spray per la pelata, toccò, quindi, alle lamette. Chiuse la valigia salendoci sopra col ginocchio, pensado che quella potesse esser la faccia della mogliastra e disegnò un rettangolo, sopra al cesso, con la zip tra le dita. Se la sbattè sulle gambe e uscì fuori. Attraversò il corridoio raccatando dalla libreria il libro “1000 modi x pulire mitili”, la prima rampa di scale a scendere e raccolse, da una mensola, una bolla di vetro con dentro una nave e la neve. La seconda rampa e giù al piano delle vedove, dentro all’ingresso che gli era sembrato l’ultima camera di metallo prima del boccaporto.
Le due lo scorsero col nervo degli occhi trafelato e appeso a quel bagaglio e continuando il poker rimarcarono la loro totale indifferenza chiamandosi il palo. Lui parve come in un quadretto, un piccolo omino e la sua vita in valigia, incorniciato dallo stipite della porta della cucina, la luce del piano di sopra che colorava d’ocra l’ingresso e in fondo, nel profondo, il salotto con due sofà stanchi.
All’accuso di picche, Ld
“ vi porterò con me e finirete la vostra lurida vita prima della prossima mano!”
non sapeva il vero signifcato di quelle parole ma stavano bene in quel contesto, in quell’angolo davanti all’uscita.
Ld si chiuse la porta alle spalle.
Sulla veranda due sedie e un tavolino di tavole. Spinse a terra con le dita due piccoli cactus interrati in terrine di cene cinesi, strappò con forza lo scaccia spiriti appeso. Si infilò in tasca una scatola di cerini e nel’altra una chiave da 12. Scese i tre scalini e toccò terra finalmente. Poggiò la valigia e la trascinò sopra il vialetto di gladioli di Maxim. Nella tasca di dietro infilò il finto osso di Bobby quando, piegandosi, vide la canna dell’acqua. L’alzò e con essa il fogliame di un vecchio pioppo, si fermò, la tirò con forza fino a tenderla all’altro capo. La tenne in mano, soppesandola e fu allora che capì il senso di quelle sue ultime parole. Si passò la canna sulla spalla destra si girò e scese per il vialetto. Quel tubo di plastica si svolse vicino alla fontana murata alla casa. Era quasi finito il vialetto e si era svolta per tre giri.
LD allo strappo sembrò barcollare indietro quando dal lato opposto della tubo un lieve scossone alle fodamenta e le pareti di legno, tutte, se ne vennero apresso a lui come il tendone di un circo, come un grande telo con sopra la stamapa a caldo di una casa con due stronze dentro. Prese per la Glenwood Dr, verso il molo, tra gli alberi e la luce dei lampioni, con la valigia sulle gambe e un grosso sacco al guinzaglio di una canna d’acqua.